Lo chiamano sport

La mattinata è brumosa, piove, nuvole basse, tutto ha la tonalità del grigio, anche i prati assumono questo colore neutro. Di fronte a noi dopo un campo agricolo una rete arancione delimita gli scavi per l'ennesimo capannone che ruberà altro ambiente, più in là un boschetto. Sotto le piante ormai senza foglie si vedono le gabbie dei richiami appesi intorno al capanno di caccia abilmente celato dalle fronde secche. Il richiami sono tordi e merli che ingannati dal proprietario cantano per annunciare una improbabile primavera. Qualche pianta di sorbo completa l'inganno attirando con le sue bacche rosse gli uccelli affamati che attratti anche dal canto dei loro consimili inconsapevoli traditori sostano per riposare dalla fatica della migrazione. Due tordi si posano sui rami più alti di una delle piante nei pressi del capanno, i nostri binocoli inquadrano. Il primo sparo è quasi immediato, uno dei due tordi si alza goffamente in volo ma ferito mortalmente cade poco più in là, l'altro sembra non essersi accorto di nulla e resta al suo posto muovendo ogni tanto la coda. I nostri binocoli lo fissano, il tempo passa, non si sente sparo, il tordo si sposta su un altro ramo poi sulla pianta vicina. Ci chiediamo come mai il cacciatore non spari, passano minuti, l'uccello è sempre lì, forse è una specie protetta ci diciamo non un tordo per questo il cacciatore non spara. Finalmente vola sulla pianta più lontana, forse per questa volta è salvo. Ma il richiamo lo attira di nuovo non può sfuggire al suo destino e il suo lungo viaggio finisce lì. Questa volta allo sparo arriva, i pallini di piombo raggiungono e tutto finisce. Qualcuno questo lo chiama sport.


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